Equo compenso sotto attacco
Al tavolo ministeriale sul codice dei contratti sono intervenuti soggetti che «hanno anteposto interessi di parte alla lineare interpretazione delle norme». In particolare, sull’equo compenso e la sua applicazione nei bandi pubblici, con comportamenti «in dispregio della chiarezza normativa, confermata dalla recente giurisprudenza».
È quanto si legge nella nota diffusa dal Consiglio nazionale ingegneri (Cni), che assume toni molto polemici nei confronti del dibattito in seno all’equo compenso e alla sua applicazione ai bandi pubblici, con un titolo emblematico: «Chi stabilisce il limite della decenza?».
«Il Cni», si legge nella nota, «purtroppo deve constatare come in questi ultimi giorni si registrino prese di posizione da parte di stakeholder privati che si esprimono su temi di interesse delle professioni, spesso anteponendo interessi di parte alla lineare interpretazioni delle norme. Come di consueto, uno dei temi più dibattuto è quello dell’equo compenso». Viene riportata, quindi, una parte delle valutazioni contestate: «alcuni asseriscono che negli appalti pubblici non si dovrebbe applicare la norma sull’equo compenso, non si capisce in ragione di quale articolo di legge, al solo evidente fine di garantire risparmi ai propri associati a spese dei professionisti tecnici». Altri ancora «ritengono che l’equo compenso vada applicato non direttamente ma per il tramite di clausole secondarie, che limitano i ribassi. Anche qui in dispregio della chiarezza normativa, confermata dalla recente giurisprudenza» (Tar del Veneto e del Lazio).
Uno dei temi principali è il ricorso al ribasso rispetto ai parametri ministeriali: «le due sentenze del Tar Veneto e Lazio impongono, di fatto, un limite al ribasso tendente al 20%, ovvero la componente delle spese. Ci si domanda», la provocazione del Cni, «quale sia un ribasso accettabile. Si ritiene congruo un ribasso del 30 o del 40 o del 50%? A chi spetta fissare il limite della decenza?».